Come in un ventre

 

Come in un ventre

Quando il bambino era bambino,
non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
il cavolfiore bollito,
ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.
(…)
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere.
Ed è ancora così.
Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino, Rilke

“Mangiare non è solamente un’esplorazione e una conquista, ma è il più serio dei miei doveri”
Simone de Beauvoir

Le immagini della casa appartengono spesso a quel movimento di approfondimento e di introspezione che porta il sognatore alla ricerca dell’intimità protetta più semplice. E’ un movimento che può spingerlo a legare la casa sognata al suo corpo, creando una sintesi tra la casa e il corpo umano, una casa-corpo, dove si mangia (si gode e si soffre).

Se assecondiamo l’eccesso dell’immagine della casa-corpo e prestiamo attenzione alle immagini semplici ed esplicite che si presentano a noi nello scendere lentamente in noi stessi, non possiamo fare a meno di coglierne gli aspetti organici. Tra uno stomaco, una cantina, una gola le metafore si moltiplicano, come tra la casa-corpo e la casa-ventre: sono tutte immagini delle profondità umane, delle profondità che sentiamo in noi stessi. Forse per questo passiamo in modo così naturale dall’una all’altra metafora, dalla casa, all’interno del corpo, al ventre. In effetti, tra il sogno del rifugio, dell’intimità protetta nella casa sognata e il sogno di ritorno alla casa-ventre vive lo stesso bisogno di protezione.

Scendere in una casa è allora scendere in noi stessi, e tutto diventa simbolo. Il sognatore è pronto a legare la sua casa al suo corpo, è pronto ad abitare la casa-corpo. Così le scale sono le sue stesse viscere, è il tubo digerente che fa comunicare la bocca con l’ano, per cui ogni immersione segue una scala discendente, tra organi, materiali e metaforici. E’ al tempo stesso un procedere progressivamente nella presa di coscienza e nell’assimilazione più profonda (inconscia!): le immagini sembrano acquistare calore, diventano le immagini del dolce riposo, appartengono alla casa-ventre, dove regna il principio dell’avvolgimento naturale, dove si sta bene al caldo, dove ci si sente veramente a proprio agio, a casa propria, al centro del proprio essere, nel proprio ventre.

Immaginiamo come stanno bene nel ventre del pescecane e della balena, una volta inghiottiti, Geppetto e Giona. Strana dimora senza finestre, dove non arriva la luce del sole, eppure si può accendere il fuoco: nel ventre della balena ci si riscalda, si riposa e ci si nutre. Nelle fantasie popolari il ventre appare come una cavità accogliente. Si crede che le balene, in caso di pericolo ingoiassero la loro prole per proteggerla espellendola in seguito. Dormire con la bocca aperta significa offrire rifugio a tutte le bestie erranti nell’aria. Così fa il gigante Gargantua e inghiotte tutto. Il bambino poppando con forza inghiotte la sua nutrice. E attenzione, in queste fantasie è tutto un deglutire senza masticare!

Questa immaginazione materiale della casa-ventre ci fa rivivere il sogno del rientro all’ovile, del ritorno alla culla, il sogno di stare a casa propria, in un più di essere, racchiusi nella piccola casa, come in un ventre, nel seno materno. Per dormire bene la cavità perfetta è il ventre materno, è la cavità che il sognatore occupa interamente.

Gilbert Durand ci dà l’immagine della nutrizione che si manifesta nei neonati attraverso i riflessi di suzione labiale e di corrispondente orientamento della testa. Quindi passa alla formazione delle immagini del movimento gastrico, alla “dominante di inghiottimento”, che si avvia a diventare movimento culturale, simbolico e poetico. “Le intimazioni oggettive danno inizio alla traiettoria simbolica”, ma è il movimento di questa traiettoria che interessa. Il ventre, non più sordo, acquisterà parola e capacità di produzione dell’immaginario.

Per avvalorare il carattere simbolico delle immagini di inghiottimento, senza mordere, Durand osserva che prima di essere personali queste immagini appartengono alle fantasie popolari, mosse dal desiderio di cosa c’è dentro il ventre di qualcuno. Sono immagini che scaturiscono dalla semplice frase “i pesci grossi mangiano quelli piccoli”, fino a comprendere una lunga serie di divoratori divorati, senza addentare: la scoperta del pallido salmone nel ventre del luccio grigio, mentre nel ventre del salmone si trova il lucido laverello, il luccio stesso si trova nel ventre del fiume, in seno alle acque.

Sono immagini semplici dell’inghiottimento del pesce piccolo da parte del pesce grande, sono immagini di pesci naturali inghiottitori e inghiottiti. E’ per questo possiamo ricercare e trovare nel ventre del pesce le creature e gli oggetti più diversi.

Il ventre appunto appare come una cavità accogliente: Giona nel ventre della balena, Geppetto nel ventre del pescecane, Gargantua che dorme a bocca aperta, Pollicino nel ventre prima della mucca e poi del lupo. La buona accoglienza sta nel fatto che la balena, il pescecane, la mucca ingoiano, non masticano, e quindi non divorano Giona, Geppetto, Pollicino; per altro verso, dormire a bocca aperta significa offrire rifugio a tutte le bestie erranti: Gargantua inghiotte tutto quello che gli arriva in bocca, diversi animali, un esercito, un taglialegna, dei carretti, i suoi bambini, sua moglie, un mulino, le sue nutrici e non il latte, il suo medico anzicchè al sua medicina. Giona, dopo una discesa viscerale nel ventre della balena, si riposa e si nutre.

La logica di queste fantasie afferma che inghiottendo, senza mordere, nel ventre ci si può riposare e nutrire, e trovare un benessere dolce, caldo, sicuro. L’uomo, del resto, nei boschi e nella notte, non teme dei suoi fantasmi la bocca che succhia e inghiotte, ma i denti, le fauci armate che sbranano, soffocano e stritolano.

L’interno dell’intimo e del ventre è caldo. Nell’immagine della calda intimità si fondono l’immagine della penetrazione morbida e quella del carezzevole riposo, sia del ventre digestivo sia del ventre sessuale. A scendere nel nostro tubo digestivo, allora, è la libido.

L’associazione al calore la troviamo ricorrente nelle fantasie popolari, e si combina bene con il rotondo; si parla di pesci rotondi, meduse e pesci stella che ardono nel mezzo delle acque e scaldano e infiammano tutto ciò che toccano, idromeduse rotonde che quando sono riscaldate diventano luminose, in quanto il calore già presente in esse diventa visibile come luce. Questo ardere ed illuminare richiama il fuoco dello Spirito Santo, rappresenta anche la carità e l’amor divino, in sintonia con il Cantico dei Cantici: ”Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo”. Questo fuoco è fuoco e acqua insieme, fuoco vivo, acqua animata, viva, acqua miracolosa, acqua santa.

Suggeriamo queste immagini eccessive del fuoco vivo che arde e riscalda: l’immensità dell’oceano non basta a spengere i suoi fervori. Invitiamo ancora di più alle immagini del ventre accogliente, e pensiamo che potrebbero servire, grazie alla loro chiarezza, alla loro semplicità e alla loro apparenza, falsamente puerile, come strumento di analisi e d’intervento della psicologia della digestione. Sono d’altronde tutte immagini che invitano a sognare in profondità.

Le ricorrenze non mancano. Una costante proprietà che alimenta queste immagini è l’essere rotondo del ventre, e di una rotondità piena, generatrice, feconda, per cui il ventre è fatalmente portatore delle immagini universali della rotondità della vita e del fantasma del ritorno alla madre. Quanti valori primari di benessere e di intimità richiama questa rotondità piena del ventre! Racchiudere, ecco il grande sogno umano! E’ un continuo ritrovare il raccoglimento del riposo originario. Sono sogni e visioni, i prodotti dell’immaginazione attiva, che ci propongono le forme circolari e sferiche come simboli di un archetipo della totalità o del Sé junghiano.

Lo spazio circolare è quello del frutto, dell’uovo, del ventre. Lo spazio curvo, chiuso e regolare, è segno di dolcezza, pace, sicurezza per eccellenza. Il mandala designa il Sé umano o divino. Dal motivo del cerchio e della sfera si giunge, per analogia, alla casa, alla stanza, al vaso, e al contenuto: all’abitante, ovvero all’acqua contenuta dal vaso.

Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ogne altra semente
fuor di sua region, fa mala prova.

E se ‘l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religione
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;
onde la traccia vostra è fuor di strada».

La Divina Commedia, Paradiso, Canto 8, Dante

Racchiudere, avvolgere, conservare, non distruggere, assecondare “il fondamento che natura pone”, questo dovrebbe essere il grande sogno umano! Nel nostro linguaggio invaso da aggettivi formali, senza sostanza, volume, occorre a volte soffermarsi a meditare per trovare l’oggetto buono. Fa bene porsi a fantasticare davanti ad oggetti panciuti, arrotondati, pieni, per rivivere l’immagine del ventre, come una forma e una zona dolce, calda, tranquilla, dove ricercare il raccoglimento del riposo originario e attivo, dal quale risorgere a nuova vita, dopo aver ampliato la propria coscienza.

Se consideriamo la parte esterna, il ventre è una palla. Riviviamo il ventre vedendo gli oggetti panciuti, sarà una palla e un ventre carichi di animazione.

Ma tutte queste immagini presuppongono un dentro, che non sempre è dato alla luce, hanno come radice un essere, un essere protetto, un essere nascosto, un essere reso alla profondità del suo mistero. Questo essere uscirà, rinascerà?

Non dimentichiamo che Giona e Geppetto vengono restituiti alla luce. L’uscita dal ventre, dopo la “digestione”, costituisce un ritorno alla vita conscia, e ad una vita dopo aver acquisito una nuova coscienza. Uscire dal ventre significa allora rinascere. Giona che rimane nel ventre della balena tre giorni, come Cristo nella tomba, è dunque un’immagine di resurrezione.

Tornando sulla psicologia dell’inghiottire, le immagini della balena e del pescecane, che inghiottono e non mordono, stanno ad esprimere tutta l’ambiguità del dramma fantastico. Invece di essere un avvenimento nefasto, dovuto all’annientamento nella digestione, con la deglutizione, si è ingordi, si inghiotte, fino ad ingozzarsi, senza perdere tempo a masticare, e ancora, senza assorbire, digerire. Si torna all’età della suzione, ad un tempo in cui ingoiavamo tutto ad occhi chiusi. Nell’immagine di Gargantua che ingoia il suo medico, anzicchè la sua medicina, nell’immagine già richiamata del bambino che poppando con forza inghiotte la sua nutrice, abbiamo ulteriori dimostrazioni del fenomeno psicologico della deglutizione.

Perciò l’inghiottito – e non divorato – non è oggetto di una vera disgrazia, in quanto non è sacrificato alla volontà di mordere. C.G. Jung in L’uomo alla scoperta dell’anima ci tiene a distinguere: “Allorchè un individuo viene inghiottito da un drago, non si tratta esclusivamente di un avvenimento negativo, infatti, se il personaggio inghiottito è un eroe autentico, sarà in grado di raggiungere lo stomaco del mostro. La mitologia racconta che l’eroe giunge nello stomaco della balena con la sua imbarcazione e con le sue armi. (…) Durante questa avventura la balena, nuotando, ha attraversato i mari di Occidente verso Oriente, dove, morta, si arena su una spiaggia. L’eroe, non appena se ne accorge, squarcia il fianco della balena e ne esce fuori come un neonato, nel momento in cui sorge il sole”.

In alcuni miti, il ventre è considerato come un forno, nel quale l’eroe acquisisce una forma perfetta.

Il ventre digestivo, allora, assume un valore negativo nel momento in cui interessa la masticazione. La caduta nel ventre, preceduta dalla masticazione armata dalle fauci dentate del mostro animale che è in noi, passata per una gola difficile e un labirinto viscerale stretto, diventa nefasta. Il ventre in questi casi non è più un comodo rifugio ma un microcosmo enfatizzato dell’abisso, simbolo della caduta in miniatura, e si differenzia dalle immagini della suzione e dalla felice discesa. In fondo al ventre, ci sono essere voraci che sono seppellitori, protagonisti di una digestione macabra, tanto che i ventri diventano sarcofagi. Ci sono infatti altre immagini negative del ventre: ventri infelici, che emanano cattivi odori, ventri canzonati, vilipesi, considerati pesi e gonfiori temibili, otri di vizi.

Mentre l’inghiottimento, senza la masticazione, è una discesa viscerale, e non una caduta, e come tale è lenta, prende il suo tempo per l’azione. La penetrazione viscerale è laboriosa ed intima, accompagnata da una qualità termica, da un calore dolce, un calore lento, da un calore mai ardente. E’ comunque una discesa in profondità, una penetrazione che deve essere pastosa, morbida, carezzevole, in un interno caldo, accogliente, in un ventre digestivo materno.

Un ritorno immaginario è sempre un rientro viscerale. Quando il figliol prodigo, pentendosi, varca la soglia paterna, è per banchettare.

A conferma della natura generatrice, il ventre è anche vaso, simbolo di origine sia biblica che pagana, della fecondità, sessuale e spirituale. “Il suo ombelico è simile ad una coppa rotonda sempre piena. Il suo ventre, un pugno di frumento da cui escono rose” Cantico dei Cantici. Juan de la Cruz. Allo stesso modo, santo Ambrogio, riferendosi alla vergine Maria, dice: ”nell’utero della vergine nello stesso tempo la grazia immetteva un pugno di frumento e di fiori di giglio: e così partoriva un grano di frumento e un giglio”.

Una volta compiuta la lenta e dolce discesa viscerale, inghiottiti nel ventre materno, possiamo sognare il più grande riposo. Per dormire in modo confortevole, ben riparati, ben protetti, al caldo, non esiste rifugio migliore del seno materno. Sappiamo che il più piccolo riparo richiama il sogno del riparo ideale, che la casa piccola è migliore della casa grande, per dormire e sognare bene (Parva domus, magna quies), ma la cavità perfetta del ventre materno lo è ancora di più.

Abbiamo bisogno di queste immagini primarie, hanno il valore di benessere dolce, caldo, sicuro. Sono animate dalle forze di avvolgimento e fanno godere della grande sicurezza di un ventre.

Sul versante opposto, ci sono immagini che invitano a rinunciare, a privarsi di qualcosa, a liberarsi dai pesi superflui, a depurare, eliminare, a fare pulizia intestinale, a disintossicare. Quando si tratta di digiuni, o di “alleggerirsi”, mangiare meno, astenersi da o bere più del solito, abbandonare le cattive abitudini, si passa da un nutrimento esterno a uno interiore, per trovare l’armonia spirituale con se stessi. Digiunare diventa allora un digiuno mentale, spirituale, relazionale, purificazione dello spirito, pace interiore, libertà. E’ purificarsi con tutti i sensi: ”digiuna l’occhio, mentre si astiene da sguardi curiosi; digiuna l’orecchio, che non ascolta chiacchiere e pettegolezzi; digiuna la lingua, che si trattiene da calunnie, mormorii e inutili parole e apprezza il silenzio; digiuna la mano, che lascia andare le cose inutili, ma più di tutto si trattiene dai suoi stessi errori” Bernardo di Chiaravalle.

I periodi di digiuno sono parte di me.
La cosa cui non posso
Assolutamente rinunciare
Sono i miei occhi.
Il digiuno rappresenta
per il mondo interiore
ciò che gli occhi rappresentano
per quello esteriore.

Mahatma Gandhi

Il digiuno fa conoscere se stessi, fa chiarezza su ciò che abbiamo dentro e porta alla luce molte cose e immagini che non si riescono a vedere semplicemente riflettendo, e che altrimenti rimangono nascoste.