La grotta dei sogni terrestri

 

La grotta dei sogni terrestri

Non si può restare troppo a vagare in superficie, fuori; il volume, l’interno, il profondo premono contro le superfici. Cerchiamo la profondità protetta e viva. Siamo degli esseri profondi. Lasciamoci trascinare da questo istinto di approfondimento che è in noi. Ci nascondiamo sotto apparenze di superficie, dietro maschere, ma in questo modo non siamo nascosti solo agli altri, lo siamo anche a noi stessi. La profondità è in noi.

e quel che dentro se stessi trovar potrebbero van cercando al di fuori

Epistole, Petrarca

Ci sono sogni fondamentali che appartengono alle immagini primitive della profondità. Vivendo un’immaginazione pura, che restituisce il sognatore alla sua tranquilla solitudine, ogni essere umano trova il riposo nella profondità. E scendere in sogno, in un mondo in profondità, significa anche scendere in noi stessi, nel nostro mistero, alla scoperta di noi stessi. Quando poi penetriamo nella profondità delle cose, e ci serviamo del corpo e del ventre come immagini di profondità e di intimità, il mistero stesso diventa più profondo; così troviamo le immagini dei sogni labirintici e ci rendiamo conto che il nostro corpo è un nascondiglio, e che scendendo in noi stessi, ci caliamo all’ascolto delle misteriose voci di dentro.

Facciamo buio, mettiamoci nella disposizione d’animo di Tonino di Henri Bosco, ascoltiamo il mormorio delle nostre fantasie più misteriose: ”e le udivo bisbigliare tra loro. Per accattivarmene la simpatia, rivolgevo loro la parola, e il cuore mi batteva sordamente in attesa d’una risposta che non giungeva mai. Se mi mettevo a canticchiare, di colpo tacevano, poi le udivo sospirare dolcemente tra le foglie dell’edera (…) Tutto concorreva a favorire lo snodarsi delle mie fantasie. Una di esse, in particolare, mi affascinava da parecchie settimane. La ricominciavo ogni sera, e in questo modo essa aveva assunto una vita meravigliosa. (…) Il soggetto, ancor oggi, mi sembra appassionante.
Si trattava di tre bambini che, dopo aver rubato una barca, erano partiti alla ventura, seguendo il corso di un gran fiume. Io ero il loro capo. Vivevano di pesca e di piccole razzie sulla costa”.

Ora immagina i tre bambini … con Tonino.

In questo nostro seguire sogni in profondità, sogni espressi, immagini sincere, siamo presi dall’immaginario naturale e materiale, incontriamo i sogni terrestri: la terra è ricca di immagini di riposo: antri, caverne, tane; l’uomo, a sua volta, approfondisce con la casa, la cantina, con la casa-corpo, con il ventre, con l’interno delle cose.

Sono immagini terrestri del riposo attivo, dove subentrano la volontà di scavare, di penetrare ancora più in profondità. La scala che va nella cantina la si scende sempre, e spesso non si finisce mai di scendere. In cantina vivono esseri più lenti, più misteriosi. In cantina domina l’essere oscuro della casa. L’uomo col candeliere in mano vede danzare le ombre sui muri.

Ora saliamo, saliamo, e poi caliamoci e specchiamoci nel profondo, troveremo una nuova linfa:

In sogno mi trovai sopra un pianoro altissimo
E su questo pianoro vidi un pozzo profondo.
La mia gola era secca a forza di salire,
E con tutte le forze desideravo bere.
I miei occhi erano avidi di chinarsi a guardare
Nella fresca voragine, mi misi a camminare
Intorno al pozzo e infine mi chinai e guardai:
La mia specchiata immagine nel pozzo contemplai.
Un secchiello di coccio calava nel profondo,
Ma non c’era una fune per tirarlo su.

Il secchiello, Chen Tuan

Non abbiate paura. Siamo esseri profondi, fatti di pozzi, vallate, crepacci, con i quali convivere in serenità. Avventuriamoci nel regno della profondità e dei sogni terresti, con coraggio, ritroveremo la fune per tirare su il “secchiello”. Allora, troveremo affermarsi “la grotta”, come dono della natura, una cavità naturale, un angolo del mondo, generalmente scoperto, non costruito.

La grotta è il prototipo delle dimore naturali, degli antri del riposo, è ventre della terra, dove vivere in pace il riposo protetto e attivo. La grotta infine è l’immagine più cosmica e più completamente simbolica della casa.

Immaginiamo di penetrare in una piccola grotta. Dopo aver superato primi momenti di mistero e di paura, ci accomodiamo: individuiamo il posto per il focolare tra due rocce, l’angolo per il letto di felci, la ghirlanda di liane e di fiori che orna e nasconde l’entrata, da cui possiamo vedere protetti senza essere visti. Le pareti della grotta sono lisce, la luce è velata e verdastra. Abbiamo una sensazione di riparo, di pace, di solitudine.

Se non siete solari, se non amate la luce diffusa, stare in piena luce, ricordate che anche nell’ombra si può trovare l’intimità protetta. Conoscete queste emozioni di Pasquale? : ”Non ho mai avuto paura dell’ombra e, anche da bambino, mi piaceva perdermi sotto la volta degli alberi, nel cuore stesso dell’oscurità”. La fattoria, Henri Bosco.

Quando stiamo senza porta, ci chiediamo: vogliamo essere protetti, ma non vogliamo essere rinchiusi? Prima di decidere, fermiamoci davanti all’antro profondo, all’imboccatura della caverna. Da lì, l’oscurità della grotta è un luogo naturale, sotterraneo, misterioso, segreto. Il sognatore esita, è colto da una sorta di sintesi di paura e di stupore, di desiderio e di timore di entrare: immagina infatti di entrare nelle viscere della terra. Dapprima gli appare un semplice buco nero, poi, la caverna a sua volta lo fissa, con il suo occhio nero e gli appare come il nero della profondità umana. Sembra che il nero brilli, si sente osservato: sono gli occhi degli uccelli in fondo alla grotta. E’ un gioco di inversione tra il dentro e il fuori, tra lo sguardo dell’uomo e lo sguardo della grotta, che dinamizza l’immaginazione, a volte nell’uomo a volte nell’universo. Grazie a questo gioco il nostro psichismo si anima. I giochi di sguardi, l’esitare sulla soglia, il dimorare nella grotta sono tutte manifestazioni della ricerca di un riposo protetto nella profondità terrestre e umana. E’ per questo che fa bene rievocare le immagini delle grotte offerte dalla letteratura. Scopriremo grotte di paura e grotte di stupore, grotte tranquille e grotte operose, a secondo del nostro temperamento poetico.

Una volta che il nostro sognatore è entrato, senza troppo discendere, la grotta diventa il luogo in cui la luce del giorno agisce sulle tenebre sotterranee, e proietta i sogni e le ombre. Solo discendendo nei sotterranei, il buio non viene più insidiato dai bagliori di luce e si giunge alla cavità perfetta, nel seno stesso della Terra materna.

C’è chi è terrestre: “L’aria non è il mio elemento, ma la terra; e amo le piante perché vivono e muoiono dove son nate”. La fattoria, Henri Bosco

Tornando alla nostra indecisione se chiudere o lasciare aperta la bocca dell’antro, teniamo conto che la grotta può essere vissuta come una prigione, mentre dobbiamo riconoscere che è portatrice di un grande valore di rifugio e di riposo protetto, tanto che è generalmente una dimora senza porta, per cui permette di vedere, senza essere visti, come accade nell’abbaino della soffitta. Certo, potremmo immaginare che il nostro sognatore, per dormire in tutta tranquillità, la sera chiuda la porta, facendo rotolare un masso, ma, attenzione, lo stesso sognatore che ha bisogno di essere protetto teme di essere rinchiuso. Nel proporre immagini della grotta, negli esercizi immaginifici, quindi, si deve avere la consapevolezza che la grotta, nella sua intimità protetta, scavata, non è solo un rifugio, un nascondiglio, ma può essere anche una prigione. Non sono rari i romanzi che parlano di un murato vivo in cantina, il cui immaginario va alla ricerca di cavità strette, di caverne corpo, come per farsi inghiottire da madre terra. Sembra che quando il sogno si spinge abbastanza nella profondità della terra e nell’intimità delle cose, la situazione si fa pericolosa: forse si violano segreti.

Proprio guardando alla profondità, la stessa grotta può porci sull’orlo di un abisso. Immaginiamoci l’abete curvo sull’orlo dell’abisso: quando si è sull’orlo dell’abisso e si è attratti dal baratro, occorrerebbe avere le ali, per non rimanere appesi. L’albero approfondisce le sue radici nella roccia nello sforzo di vincere la sua pesantezza. Nella volontà di vivere, diventa meno curvo e più verticale. Anzi è diritto, eretto, in piedi. Sembra che l’abisso gli serva a prendere il volo, come un arco sempre teso per lanciare le frecce verso l’alto. In prossimità dell’abisso, questo abete ha il destino di guizzare verso il cielo azzurro. E contemplarlo porta a drizzarsi.

E’ una sequenza di immagini che ci dà energia, coraggio e benessere di fronte all’abisso.

Passiamo ad un’immagine meno dinamica ma non meno vitalizzante:

A un pino, o Zarathustra, io paragono chi, come te, cresce lungo, silenzioso, duro, solo, fatto del migliore e più duttile legno, splendido. (…) Anche colui che è tetro, che è fallito, si rallegra del tuo albero qui, alla tua vista, anche l’instabile diventa sicuro e guarisce il suo cuore.

Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche.

C’è chi incontra la profondità in strane caverne, nelle più alte vette e solitudini di montagna. Lì, Zarathustra impartisce le sue lezioni sulla tonicità del freddo: ”Tu solo sai rendere l’aria intorno a te forte e pura! Mi è mai capitato di incontrare sulla terra un’aria così pura come quella della tua caverna? Eppure ho percorso tante contrade, il mio naso ha imparato a discernere molte arie: ma è presso di te che le mie narici provano la gioia più Grande”. Così parlò Zarathustra,F. Nietzsche.

In effetti, a qualsiasi altezza, e a qualsiasi temperatura, la grotta appartiene alle immagini primarie cosmiche della profondità naturale: casa, ventre, uovo convergono nelle viscere della terra, dove regna l’immaginazione del rifugio e del riposo, del riposo sotterraneo protetto e tranquillo, dove ritroviamo il guscio iniziale. Provate ad immaginare il minimo anfratto roccioso, il minimo riparo naturale, per suscitare sensazioni e immagini del riposo attivo. Il sognatore che è penetrato in una caverna sente subito che potrebbe vivere in questo luogo, basta che si soffermi pochi istanti perché l’immaginazione vi prenda alloggio e provveda a sistemare la grotta, a sistemare il focolaio, dove dormire.

Godiamo del riposo cosmico dell’immagine di questa conca tutta naturale:

Alto si leva il Picco di levante
Liberato in aria fino al cielo azzurro.
Là fra le rocce,
Una conca vuota,
Segreta, tacita, misteriosa,
Né sculta, né scavata,
Protetta da natura con un tetto di nuvole …
(…)
Voglio alloggiare sempre in quella conca,
Là, dove autunni e primavere passano
Inosservate.

Ascensione, tao yun

A qualsiasi altezza, siamo nel regno della profondità; basta non vedere e scendere troppo per vivere una sensazione di riparo, di pace, di solitudine, attribuendo alla grotta, a tale dimora naturale tutta la cosmicità possibile. La grotta è per noi una dimora naturale e un angolo del mondo, un luogo di riposo cosmico. La volontà di abitare sembra condensarsi in una dimora sotterranea.

Eppure, dove la vita sembra scorrere tranquilla e attiva, ci sono grotte di paura; non mancano in noi incubi di schiacciamento o incubi di strettoie. La grotta, seppur portatrice delle immagini del riposo attivo, può inoltrarsi in labirinti sotterranei, alimentando l’immaginazione dei movimenti difficili e angosciosi.

C’è una costante nelle immagini della grotta: l’appartarsi e il riposo nella grotta sono attivi. Perciò, col proporre le immagini letterarie, rivivremo la solitudine industriosa di Robison Crosue o dei naufraghi in L’isola misteriosa di Jules Verne, la costruzione della rustica comodità che si addice alla dimora naturale. Nelle immagini della grotta, in effetti, si avverte sempre un’energia che fermenta, un focolaio di vita, una sorta di condensazione di forze intime, che diventano ben presto attive. Ricca sarà allora la rassegna delle immagini degli antri attivi, con la grotta a protezione del riposo e dell’amore, e culla delle prime industrie, per cui abbiamo bisogno di rintanarci per raccogliere le nostre forze e compiere la nostra opera.

Dove possiamo immaginare l’antico mestiere del fabbro se non in una grotta? Dove appunto può mettere in opera tutte le forze fondamentali della natura. Lo immaginiamo estrarre il minerale dalla terra, trasformare il minerale terroso in metallo brillante. Questo fabbro primitivo è minatore e metallurgico. Ha bisogno del fuoco per trasformare la terra in ferro, ha bisogno dell’aria per far ardere il fuoco. Per diventare padrone del fuoco deve essere padrone del vento. Per temperare il ferro ha bisogno dell’acqua. Disponendo della caverna, degli elementi fondamentali della natura, terra, fuoco, aria, acqua, eccolo forgiare il ferro con il martello, nel forno, con il fuoco alimentato dal mantice, e poi rendere duro il ferro immergendolo incandescente nella vasca con l’acqua. Nella grotta è il trionfo della lotta tra le forze: il fuoco alimentato dal mastice e il martello contro il ferro, l’acqua lotta contro il ferro ardente per renderlo duro.

Nella nostra ricerca dei luoghi naturali del riposo attivo, ci chiediamo da dove rinasce questa energia della grotta attiva. La grotta protegge ed è il luogo dove lavoriamo alle nostre prime proprie idee. E’ il luogo naturale del lavoro solitario. Da soli, senza troppa luce, rintanati nell’ombra, nel laboratorio dalla piccola finestra, da dove vedere senza essere visti, lavoriamo e sogniamo più attivamente.

Guardiamo dentro l’antro laborioso delle ninfe che Ulisse scopre una volta raggiunta Itaca.

Un ulivo di fronde fitte, in cima al porto.
Accanto, un antro grazioso, scuro,
sacro alle ninfe che si chiamano najadi.
Dentro sono crateri e anfore di pietra
nei quali le api fanno favi di miele,
ed alti telai di pietra sui quali le ninfe
tessono vesti di porpora, stupende.
E acque correnti. Due gli accessi,
l’uno a borea, aperto agli uomini,
l’altro ad austro, più divino, non transito
per gli uomini, questo, ma strada d’immortali.

Odissea, Omero

Che ricchezza di valori simbolici! E che energia rigeneratrice ci viene trasmessa! Ulisse lasciato il mare si ritira sotto l’ulivo sempreverde e supplice, nell’antro grazioso, scuro e sacro di Madre Terra. Quest’antro omerico è dotato di acque vive perenni e perciò è sacro alle ninfe acquatiche, alle najadi. I crateri e le anfore di pietra sono piene di favi di miele, dove il miele è “miele della terra”, ancora più purificatore delle acque.

Scendiamo con Ulisse nell’antro per rigenerarci nel corpo e nell’anima: lasciamoci trasmettere l’energia delle api laboriose e delle najadi che con i telai fatti di pietra tessono la purpurea veste dell’anima.

Guardando secondo la prospettiva della profondità e del riposo attivo, in quanto è la prospettiva propria della grotta, la grotta è la cavità perfetta, si rivela regno della profondità materna. Charles Baudouin ha dimostrato che il ritorno alla grotta magica è un ritorno alla madre. La stessa grotta, proprio grazie all’invito ai sogni terrestri, è al tempo stesso la prima e l’ultima dimora, essa diviene l’immagine della maternità e della morte. Il seppellimento nella caverna d’altronde è un ritorno alla madre, e la grotta è la tomba naturale, la tomba che prepara la madre Terra. Tutti questi sogni sono in noi. La grotta accoglie quindi i sogni più terrestri, e dimorare nella grotta significa partecipare alla vita della terra, nel seno stesso della Terra materna.

Pensiamo al Cantico di Frate Sole, con la Terra sorella e madre:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

E’ un’immagine universale che ha la sua materialità naturale nella caverna, piuttosto che nelle capannucce francescane.

Francesco, al tempo della sua conversione, usava trascorrere lunghe ore nelle tenebre di una caverna fuori di Assisi. Il fatto che chi cerca un’esperienza mistica si ritiri spesso in una caverna a pregare o meditare, non è solo per avere un luogo tranquillo lontano dal chiasso del mondo: come dice Eliade, “non si può negare un mistico desiderio di ritornare dentro il corpo della madre e di rinascere a una nuova vita”.

Anche le parole che Francesco pronunciò appena prima di morire: “Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra…”, dimostrano l’affettuosità di Francesco per sorella madre terra.

Nella Verna amava stare in solitudine, in preghiera, e dormendo con sassi per cuscino nelle fessure di madre terra: amava meditare la Passione di Cristo nel sasso spicco, che significa sasso spaccato. E’ un masso imponente che sporge per vari metri sopra una robusta roccia. Sembra staccato e si erge solo per il contrappeso della parte che non si vede. Qui la natura, con le sue pietre spaccate, crea un meraviglioso ambiente quasi innaturale, dove Francesco si immergeva; forse, gli ricordava il momento tragico della morte del suo amato Gesù, quando, come dice il vangelo, forti terremoti si abbatterono sulla terra sconvolgendola. Il sasso spicco sarà l’altare sul quale Francesco venne stigmatizzato: lì, “nel crudo sasso intra Tevere et Arno, da Cristo prese l’ultimo sigillo che le sue membra du’ anni portarno” La Divina Commedia, Paradiso, Dante Alighieri.

L’episodio accadde nel 1224, due anni prima della morte del povero di Assisi, che, rapito dall’amore di Cristo, così pregò: “O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione; la seconda si e ch’io senta nel cuore mio, quanto e possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”. Fra’ Bonaventura da Bagnoregio, insigne figlio di san Francesco, nel suo Itinerarium mentis in Deum, afferma: «Colui che guarda attentamente [il Crocifisso] … compie con lui la pasqua, cioè il passaggio». Questo è il cuore dell’esperienza della Verna, dell’esperienza che qui fece il Poverello di Assisi. In questo Sacro Monte, san Francesco vive in se stesso la profonda e totale immedesimazione vivente nella Passione del Cristo.

Facciamoci allora pellegrini di La Verna, immergiamoci nella dimensione cosmica, sacra e materna che respiriamo nelle cavità e nelle fessure del sasso spicco.

“Madre Terra” è una immagine primordiale. Diverse mitologie per spiegare l’inizio delle cose, dicono che la Terra, dalla profondità del suo interno, abbia dato alla luce tutte le cose. E in epoche primitive le caverne avevano un particolare significato religioso. Come dice Mircea Eliade: “Penetrare in un labirinto o in una caverna era l’equivalente di un mistico ritorno alla Madre: un fine perseguito nei riti di iniziazione come pure nelle onoranze funebri”. Myths, Dreams and Mysteries, Mircea Eliade.

Allora, dire che la grotta è luogo tradizionalmente destinato a funzioni sacre è scontato, le liturgie nascoste e le pratiche iniziatiche trovano infatti nella grotta una sorta di tempio naturale. Le testimonianze degli dei delle caverne si sprecano.

Nelle grotte si celebrano iniziazioni, vi si posero templi ed altari in onore degli dei celesti, in onore dei terrestri e degli eroi.

Ma quello che ci interessa, per la nostra archeologia delle immagini terrestri universali, è cogliere i sogni naturali specifici, che la grotta e la caverna alimentano. In quest’ottica, la grotta è più di una casa, è un essere, che risponde al nostro essere con la voce, lo sguardo, il respiro.

Secondo la visione di Daniele, la Madonna è la montagna e il Bambino Gesù è la pietra. Sono archetipi che appartengono alle origini dell’umanità. Non c’è grotta o caverna che non abbia il valore psichico della protezione dal mondo: quale rifugio più sicuro delle viscere della madre terra!

La grotta è un canone, un elemento base delle icone della Natività, anche se i Vangeli non ne parlano specificatamente, in quanto non precisano il luogo dell’Avvento. La grotta è il luogo scelto per la stessa rappresentazione della drammaticità della nascita. Nell’icona della “Natività” (Scuola di A. Rublev), la grotta si situa nel paesaggio montuoso, come un antro dipinto con tinte oscure. Quasi al centro dell’icona, si spalanca un’ampia grotta nera, ventre e sarcofago: è l’ingresso nelle viscere della terra, è il simbolo degli inferi che si spalancano, come le fauci del drago, nel tentativo d’ingoiare il Bambino. Si legge nell’Apocalisse:”Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. Ella partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono” (Ap. 12, 4-5).

Il Cristo provocherà la caduta definitiva del drago: le tenebre si dissolvono, le ombre si dileguano, la luce della nascita e della redenzione risplende sulle tenebre fitte del peccato.

Il Bambino illumina di luce propria il fondo buio della grotta:”In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini, e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 4-5).

Dalle immagini della grotta nascono un appello e una indicazione di lavoro: se vogliamo conservare le nostre forze di immaginazione, è necessario che i nostri sogni siano fedeli alle nostre immagini primarie. A differenza di sogni vaghi, sempre malformati e mal vissuti, la grotta è un sogno denso: la volontà di abitare sembra condensarsi in una dimora sotterranea, per cui nella grotta andiamo a ripararci in sogno, per trovare una dimora che contiene tutti i simboli del riposo. Nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di constatare che immagini fondamentali della casa, del ventre, della grotta, dell’uovo convergono verso la stessa immagine della profondità, senza che ciò entri in contraddizione con l’essere gli antri, i buchi, le cavità, le grotte capaci di suscitare nell’uomo immagini specifiche.